Pat Metheny & Lyle Mays | As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls

As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls

Pubblicato dall ECM nel 1981, As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls è un album che raccoglie la collaborazione tra il chitarrista americano Pat Metheny e il pianista Lyle Mays. Il titolo fa riferimento sia alla città di Wichita, nel Kansas, sia alle cascate del Texas (le Wichita Falls). Si tratta di uno dei pochi album in cui Metheny suona non solo la chitarra (qui acustica ed elettrica, a 6 e 12 corde) ma anche il basso elettrico. Il brano September Fifteenth, punto cruciale dell’intero disco, fa riferimento alla data del 15 settembre 1980, giorno in cui morì il pianista jazz americano Bill Evans, che Metheny e Mays citano come influenza principale per la loro musica.

Nel tentativo di andare oltre i confini del classico quartetto degli album precedenti, Metheny e Mays prediligono qui un approccio più elegante e in generale un suono più etereo. Il disco mette in mostra atmosfere ovattate che danno la sensazione di una fusione tra un jazz e un prog rock mai esplorati in modo così completo. Dal brano Ozark allo swinger It’s for You, la tracklist appare bilanciata e razionalizzata, condita dal buon gusto percussionistico di Nana Vasconcelos.

Anche se la critica specializzata non lo piazza tra i dischi indispensabili, As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls è una sessione interessante e un disco di sicuro appiglio per gli appassionati del chitarrista americano.

Pat Metheny | Lyle Mays

Tracklist:

  1. As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls – 20:44
  2. Ozark – 4:03
  3. September Fifteenth (dedicated to Bill Evans) – 7:45
  4. It’s for You – 8:20
  5. Estupenda Graça – 2:40

Musicisti:

  • Pat Metheny – Chitarra elettrica e acustica (6 e 12 corde), Basso elettrico
  • Lyle Mays – Piano, Sintetizzatore, Organo elettricogan, Autoharp
  • Nana Vasconcelos – Berimbau, Percussioni, Batteria, Voce

Annunci

Pat Metheny Group | American Garage

american garage

American Garage è un album del Pat Metheny Group registrato nel giugno del 1979 e pubblicato nello stesso anno dalla ECM. Oltre ad essere nominato miglior album dell’anno da New York Jazz Awards, questo secondo disco in studio fu quello che effettivamente decretò il successo di pubblico della band di Metheny.

La bellissima foto di copertina dà effettivamente l’impressione di voler presentare una sgangherata garage band del Midwest americano. Ma al di sotto di lei si celava invece questo sofisticato quartetto jazz-rock che finalmente stava raccogliendo anche il favore delle masse. Rispetto all’album precedente, le modalità sonore sono più strutturate, il suono spesso più intenso e le influenze rock più pronunciate. Nella title track, Metheny mette sotto la luce alcuni fraseggi rock-oriented autorevoli e intensi mentre i ritmi di The Search restituiscono un leggero sapore latino asimmetrico. I quasi 13 minuti del brano di chiusura, The Epic, trovano tutto il gruppo unito in una meravigliosa sezione d’improvvisazione. Metheny è all’opera sulle solite sue due chitarre, a 6 e 12 corde, il tastierista Lyle Mays al piano e al sintetizzatore, Mark Egan al basso e Danny Gottlieb alla batteria.

pat metheny group

I vari brani, tutti composti da Metheny stesso e da Mays, sembrano concepite per consentire un adeguato spazio di manovra e rendono American Garage un meraviglioso album che anticipa i tempi facendo convolare a nozze un rock e un jazz di altissima qualità.

Tracklist:

  1. (Cross the) Heartland – 6:55
  2. Airstream – 6:20
  3. The Search – 4:51
  4. American Garage – 4:12
  5. The Epic – 12:59

Musicisti:

  • Pat Metheny  – Chitarra, Chitarra 12 corde
  • Lyle Mays – Piano, Sintetizzatore
  • Mark Egan – Basso
  • Dan Gottlieb – Batteria

Yusef Lateef | Eastern Sounds

eastern sounds

Eastern Sounds è un album del polistrumentista Yusef Lateef registrato il 5 settembre 1961 e pubblicato nello stesso anno dalla Prestige Records. Il disco continua l’esplorazione e la scoperta di sonorità orientali intraprese da Lateef nei suoi lavori precedenti, immerse comunque nel personale soul hard bop tipico del musicista. La fusione di generi musicali non era certo cosa nuova e Lateef aveva già dimostrato quanto certe influenze potessero sposarsi con il jazz (vedi, poco più in là del suo esordio come bandleader, nel 1957, l’album Prayer to the East). Il quartetto all’opera vede, oltre allo stesso Lateef (su flauto, oboe e sax tenore) anche Barry Harris al piano, Ernie Farrow al contrabbasso e Lex Humphries alla batteria.

In scaletta, ben sei brani su nove complessivi sono composizioni originali di Lateef a parte le cover tratte dalle colonne sonore dei film Spartacus (nei cinema proprio l’anno precedente, nel 1960) e The Robe (film biblico del ’53 girato da Henry Koster e tradotto in Italia come La Tunica). Il brano The Plum Blossom apre il disco e vede Lateef alle prese con lo Xun, il flauto cinese (“Chinese globular flute”, in inglese) e muoversi in una progressione blues standard scandita da ritmi ripetitivi ed esotici che sfociano anche in Blues for the Orient. Tuttavia, i temi più usati, tra profondo blues e mervigliose ballate, vengono fuori soprattutto su brani come Don’t Blame Me e Purple Flower che aggiungono profondità e dimensione a quelle stesse sonorità orientali di cui sopra (difficile immaginare la stessa band in grado di operare su una scala musicale così ampia, ma è esattamente ciò che accade).

Secondo la critica, Eastern Sounds è un album estremamente affascinante che al contempo offre un contesto accessibile che avvicina chi ascolta a queste particolari influenze musicali. Da ascoltare, quindi, ma soprattutto da scoprire.

yusef_lateef

Tracklist:

  1. The Plum Blossom – 5:03
  2. Blues for the Orient – 5:40
  3. Chinq Miau – 3:20
  4. Don’t Blame Me (D. Fields, J. McHugh) – 4:57
  5. Love Theme from “Spartacus” (A. North) – 4:15
  6. Snafu – 5:42
  7. Purple Flower – 4:32
  8. Love Theme from “The Robe” (A. Newman) – 4:02
  9. The Three Faces of Balal – 2:23

Musicisti:

  • Yusef Lateef – Flauto, Oboe, Sax tenore, Xun (Chinese globular flute)
  • Barry Harris – Piano
  • Ernie Farrow – Contrabbasso, Rabat
  • Lex Humphries – Batteria

Qui sotto i due brani che aprono l’album, The Plum Blossom e Blues for the Orient, mentre qui puoi ascoltare l’album completo su Grooveshark.

Larry Young | Unity

Unity

Unity è il quinto album da solista dell’organista jazz Larry Young e secondo per la Blue Note che lo pubblicò nel 1965, un anno dopo il suo capolavoro Into Somethin’. Il quartetto all’opera (con Woody Shaw alla tromba, Joe Henderson al sax tenore ed Elvin Jones alla batteria) pur non esplorando pienamente l’architettura tipica del free jazz, porta avanti un discorso sperimentale e innovativo che porterà a dei risultati interessanti. Young su tutti fu chiaramente ispirato dalle esplorazioni di Ornette Coleman e John Coltrane, così come dall’espressionismo tonale messo in atto da Sonny Rollins e dalla musica modale dal taglio duro di Miles Davis e del suo quintetto.

Tre dei sei brani sono stati composti da Shaw: il primo, Zoltan, inizia con una parte della suite Háry János (opera folkloristica del celebre compositore ungherese Zoltán Kodály, al quale Young dedica il brano) per proseguire poi nel modo lidio. Il secondo, La Moontrane, è dedicata ovviamente a John Coltrane, mentre il terzo, Beyond All Limits, presenta una progressione armonica di difficile esecuzione ma, come affermò lo stesso Shaw, “una volta risolte le difficoltà inerenti la melodia, non ci sono limiti a dove si può andare con essa“.
If è una composizione di Joe Henderson e Monk’s Dream (interpretata solo da Young e da Elvin Jones) è uno standard di Thelonious Monk che non ha bisogno di presentazioni. infine, Softly, as in a Morning Sunrise è una composizione di Hammerstein & Romberg.

larry young

Su Unity, Larry Young inizia a mostrare alcune delle sonorità tipiche che resero naturale, di lì a quelche anno, l’avvento del jazz-rock. E in questa particolare occasione, su Unity, tra barcollanti arpeggi e inversione armoniche, sforna alcune delle sue migliori performance.

Tracklist:

  1. Zoltan (Woody Shaw) – 7:41
  2. Monk’s Dream (Thelonious Monk) – 5:48
  3. If (Joe Henderson) – 6:46
  4. The Moontrane (Woody Shaw) – 7:21
  5. Softly, as in a Morning Sunrise (O. Hammerstein II, S. Romberg) – 6:24
  6. Beyond All Limits (Woody Shaw) – 6:02

Musicisti:

  • Larry Young – Organo Hammond B-3
  • Woody Shaw – Tromba
  • Joe Henderson – Sax tenore
  • Elvin Jones – Batteria

Miles Davis | Decoy

decoy

Decoy è un album di Miles Davis pubblicato nel 1983 dalla Columbia Records. Questo disco, considerato (giustamente o ingiustamente) tra le opere minori di Davis, rende però il giusto merito ad alcuni interessanti temi e performance di un Miles Davis testimone di un’epoca di passaggio dove anche il suo modo di fare musica prende forme diverse e distanze misurate dai canoni classici del jazz. Da sottolineare la presenza del tastierista Robert Irving III (che finì poi nel dimenticatoio), del chitarrista John Scofield e del sassofonista soprano Branford Marsalis (che qui è in uno dei suoi momenti migliori). Tutti pienamente padroni delle proprie composizioni e dei propri assoli e tutti perfettamente in sintonia (molti di loro avevano già collaborato ai precedenti dischi di Davis, The Man with the Horn e Star People). Di contro, un tot di brani (vedi Robot 415, Code M.D. o Freaky Deaky) che non risultano esattamente degli standard brillanti (a dire poco), ma che hanno comunque il pregio di introdurre la fase “elettronica” davisiana degli anni ’80.

Tracklist:

  1. Decoy – 8:34
  2. Robot 415 – 1:10
  3. Code M.D. – 5:59
  4. Freaky Deaky – 4:36
  5. What It Is – 4:32
  6. That’s Right – 11:14
  7. That’s What Happened – 3:33

Musicisti:

  • Miles Davis – Tromba, Sintetizzatore, Arrangiamenti
  • William “Bill” Evans – Sax soprano
  • Branford Marsalis – Sax soprano
  • Robert Irving III – Sintetizzatori
  • John Scofield – Chitarra elettrica
  • Darryl “The Munch” Jones – Basso elettrico
  • Al Foster – Batteria
  • Mino Cinelu – Percussioni

Qui sotto tutto l’album in un unico video su Youtube.

Herbie Hancock | Head Hunters

head hunters

Head Hunters è il dodicesimo album del pianista jazz Herbie Hancock. Pubblicato il 13 ottobre del 1973 dalla Columbia Records, questo disco rimane tra i più significativi della carriera di Hancock e segna una fase di passaggio verso temi e sonorità fusion più marcate.

Hancock aveva spinto i propri confini avanguardistici nei suoi precedenti album e nelle use collaborazioni con Miles Davis, ma non aveva mai osato così tanto. Attingendo a piene mani da Sly Stone, Curtis Mayfield e James Brown, Hancock sviluppa il lato concettuale del funky, rendendolo grintoso e portando i sintetizzatori elettrici nel mondo del jazz. Le radici e la sensibilità rimangono quelle del jazz, è vero, ma le lunghe improvvisazioni e i ritmi affondano saldamente nel funk, nel soul e nell’R&B. All’epoca i puristi del jazz, ovviamente, denunciarono certe sperimentazioni e contaminazioni con altri generi, ma Head Hunters, a decenni dalla sua uscita, rimane uno dei lavori più freschi e godibili del periodo e ha il merito di aver lasciato un’importante e influente impronta che avrebbero solcato in tanti negli anni a venire.

Da Wikipedia:

Per la registrazione dell’album, Hancock decise di formare una nuova band chiamata Headhunters. Dei componenti del gruppo solo il sassofonista e flautista Bennie Maupin proveniva dalla precedente formazione e le parti di sintetizzatore sono tutte suonate da Hancock stesso. L’assenza della chitarra è dovuta alla decisione di utilizzare principalmente il clavinet, strumento tipico della musica reggae ma spesso accostato al funk. Watermelon Man è l’unica traccia non inedita del disco, originariamente pubblicata nell’album di esordio Takin’ Off, e nuovamente arrangiata da Hancock e dal batterista Harvey Mason per l’inclusione in quest’album. Head Hunters è uno degli album più venduti della storia della musica jazz ed uno dei più “saccheggiati” dai maghi delle campionature in ambito hip hop.

Tracklist:

  1. Chameleon – 15:41 (P. Jackson, H. Mason, B. Maupin, H. Hancock)
  2. Watermelon Man – 6:29 (H. Hancock, H. Mason)
  3. Sly – 10:15 (Herbie Hancock)
  4. Vein Melter – 9:09 (Herbie Hancock)

Musicisti:

  • Herbie Hancock – Pianoforte Fender Rhodes, Clavinet Hohner D6, Sintetizzatore ARP Odyssey, Sintetizzatore ARP Soloist, Flauto di Pan
  • Bennie Maupin – Sax soprano, Sax tenore, Saxello, Clarinetto basso, Flauto contralto
  • Paul Jackson – Basso elettrico, Marimbula
  • Harvey Mason – Batteria Yamaha
  • Bill Summers – Congas, Shekere, Balafon, Agogo, Cabasa, Hindewhu, Tamburello, Log drum, Surdo, Gankoqui, Bottiglia di birra

Qui sotto l’album completo in un solo video su Youtube.

Madlib | Shades of Blue

shades of blueDi Madlib e dei suoi album firmati come The Beat Konducta ho già parlato qui. Questa volta parliamo invece di un suo album davvero particolare, grandiosa e unica collaborazione tra il musicista e produttore in questione e la storica Blue Note Records che lo ha pubblicato nel 2003. Shades of Blue è appunto un disco composto completamente di brani remixati, realizzati grazie ai permessi di libero accesso agli archivi storici di tutti gli album jazz pubblicati dall’etichetta in questione (esattamente come accaduto per l’album d’esordio degli US3Hand on the Torch). Un’occasione più unica che rara che Madlib ha sfruttato fino all’eccellenza, reinterpretando e riarrangiando alcuni grandi classici e trasformandoli, in alcuni casi, in qualcosa di completamente diverso.

Nel complesso, il risultato finale non si limita al campionamento delle vecchie tracce ma ad un vero e proprio adattamento moderno, quindi, in sintonia con il sound tipico di Madlib, e mantenendo comunque quelle stesse mitiche atmosfere. In definitiva, 16 brani dove l’autore omaggia musicisti quali (tra gli altri) Gene Harris, Milt Jackson, Donald Byrd, Wayne Shorter, Andrew Hill, Bobby Hutcherson e Horace Silver.

Sul sito SentireAscoltare, Gabriele Marino e Gaspare Caliri scrivono:

Tra il 1999 e il 2000, Madlib, drogato di jazz e devoto a figure come Sun Ra e Thelonius Monk, comincia ad interessarsi alla musica suonata. Da performer, non più solo da ascoltatore o dj. La folgorazione avviene causa un incontro ravvicinato con un Fender Rhodes, il piano elettrico responsabile di quei suoni da lui tanto amati in certo jazz anni Settanta. Madlib decide che si metterà a fare (anche) jazz, e intende fare tutto da solo. […] Mad mette in piedi un quintetto (Yesterdays New Quintet) così composto: Monk Hughes al basso, Otis Jackson Jr. alla batteria, Joe McDuphrey alle tastiere, Malik Flavors alle percussioni, Ahmad Miller al vibrafono. Ognuno di questi musicisti immaginari (ma Otis Jackson è il vero nome di Mad) sarà intestatario di almeno un disco “solista” del progetto, senza contare i dischi “collettivi” e altri progetti collaterali: una vera valanga di pubblicazioni, di cui è impossibile rendere qui conto.

madlib

Tracklist:

  1. Introduction – 0:32
  2. Slim’s Return – 3:56
    • Originally recorded by Gene Harris & The Three Sounds as “The Book of Slim”
    • Contains samples from Milt Jackson as “People Make The World Go Around”
    • Vibes – Ahmad Miller
    • Scratches – DJ Lord Such
  3. Distant Land – 3:58
    • Originally recorded by Donald Byrd as “Distant Land”
  4. Mystic Bounce – 3:56
    • Originally recorded by Ronnie Foster as “Mystic Brew”
  5. Stormy – 3:41
    • Originally recorded by Rueben Wilson
    • Performed by Morgan Adams Quartet Plus Two
  6. Blue Note Interlude – 0:42
  7. Please Set Me at Ease (featuring M.E.D.) – 5:02
    • Originally recorded by Bobbi Humphrey
  8. Funky Blue Note – 3:07
    • New composition by Otis Jackson Jr.
    • Performed by Morgan Adams Quartet Plus Two
  9. Alfred Lion Interlude – 0:45
  10. Stepping Into Tomorrow – 7:36
    • Originally recorded by Donald Byrd
  11. Andrew Hill Break – 1:06
    • Originally recorded by Andrew Hill as “Illusion”
  12. Montara – 5:51
    • Originally recorded by Bobby Hutcherson
    • Scratches – DJ Lord Such
  13. Song for My Fathe” – 5:46
    • Originally recorded by Horace Silver
    • Performed by Sound Directions
  14. Footprints – 4:58
    • Originally recorded by Wayne Shorter
    • Performed by Yesterday’s New Quintet
  15. Peace/Dolphin Dance – 5:38
    • Originally recorded by Horace Silver & Herbie Hancock
    • Performed by Joe McDuphrey Experience live
  16. Outro – 0:17

Qui sotto i brani Slim’s Return, Distant Land e la stupenda Mystic Bounce, realizzata con i campioni tratti dal brano Mystic Bounce di Ronnie Foster (dall’album The Two Headed Freap).