Ron Carter | Where?

 

Apparso originariamente con il nome di Eric Dolphy in copertina, Where? è in realtà l’album che segna il debutto da solista del contrabbassista Ron Carter.
Registrato il 20 giugno del 1961, e pubblicato dalla New Jazz nello stesso anno, il disco conta la presenza di Carter al violoncello e al contrabbasso (in coppia con George Duvivier su tre pezzi), Dolphy al sax alto, clarinetto e flauto, Mal Waldron al piano e Charlie Persip alla batteria.

Carter e Dolphy avevano già suonato insieme, sia nella band di Chico Hamilton sia sulla seminale sessione del 1960 che diede vita a Out There. E Where? ha elementi in comune con entrambe le esperienze, anche se molti lo ritengono molto più vicino al jazz da camera di Hamilton.
L’abilità di Carter, qui al lavoro anche sul
violoncello per tre delle sei tracce totali, è innegabile nonostante il suo modo di suonare più “educato” rispetto ad altri suoi lavori che sarebbero arrivati negli anni successivi (ascoltare l’allegro duetto con Duvivier, ad esempio, dà un pratico esempio della tranquilla conversazione che il bandleader vuole impostare per questo lavoro).
Mentre un Dolphy versione polistrumentista rende una performance parecchio interessante, il piano swinging di Waldron risulta caratteristico e lineare e Persip completamente immerso in un lavoro minuzioso e dettagliato.
Le sei tracce in scaletta comprendono i due originali di Carter che aprono il disco, Rally e Bass Duet, due standard noti, Softly, as in a Morning Sunrise e Yes, Indeed e un paio di pezzi firmati da Randy Weston, la title track e Saucer Eyes, secondo molti il miglior brano dell’album perché arricchito da una meravigliosa performance di gruppo.

Secondo la critica specializzata, Where? è un debutto interessante, avventuroso per molti versi, grazie soprattutto alle buone composizioni presenti in scaletta e ad un risultato molto vicino ai lavori di Dolphy di quel periodo.

TRACKLIST:
Tutte le composizioni sono di Carter, tranne dove indicato diversamente.

  1. Rally – 5:42
  2. Bass Duet – 5:43
  3. Softly, as in a Morning Sunrise (O. Hammerstein II, S. Romberg) – 7:37
  4. Where? (R. Weston) – 5:58
  5. Yes, Indeed (S. Oliver) – 5:51
  6. Saucer Eyes (R. Weston) – 5:08

MUSICISTI:

  • Ron Carter – Violoncello (tracce 3-4, 6), Contrabbasso (tracce 1-2, 5)
  • Eric Dolphy – Sax alto, Clarinetto basso, Flauto (tracce 1, 3, 5, 6)
  • Mal Waldron – Piano
  • George Duvivier – Contrabbasso (tracce 1, 2, 5)
  • Charlie Persip – Batteria

Grant Green | Blues for Lou

Pubblicato dalla Blue Note solo nel 1999, e con un titolo dedicato al sassofonista Lou Donaldson, Blues for Lou, raccoglie brani registrati da Grant Green in due diverse sessioni (20 febbraio e 7 giugno 1963).
Rimasta infatti inedita fino a quando l’etichetta non la pubblicò come parte della serie limitata Jazz Connoisseur, questa coppia di sessioni vede un Green in ottima forma, accompagnato in trio dall’organista John Patton e dal batterista Ben Dixon.

Si parte dalla brillante interpretazione bop di The Surrey with the Fringe on Top, standard popolare reso celebre dallo show di Broadway Oklahoma!, passando per il delicato ma intenso Don’t Let the Sun Catch You Crying e per il classico di Ray Charles This Little Girl of Mine (evidente rielaborazione del celebre brano gospel per bambini This Little Light of Mine).
In scaletta troviamo anche un contributo compositivo per ogni membro del trio all’opera: il brano che dà il titolo all’album, scritta dallo stesso Green, è un blues originariamente registrato in chiusura di una sessione di Lou Donaldson, Big John, ovviamente composta da Patton è invece un blues ispirato al vangelo, mentre infine Look at That Girl di Dixon è una straordinaria performance R&B.

Sebbene questo disco non rientri tra le sue cose più note, Blues for Lou è un degno e notevole pezzo che si incastra a meraviglia nella carriera discografia di Green.

TRACKLIST:
Recorded on February 20 (tracks 1 & 3-8) & June 7 (track 2), 1963

  1. The Surrey With the Fringe on Top (O. Hammerstein II, R. Rodgers) – 5:04
  2. Blues for Lou (G. Green) – 4:40
  3. Big John (J. Patton) – 7:24
  4. Don’t Let the Sun Catch You Crying (J. Greene) – 6:55
  5. Look at That Girl (B. Dixon) – 4:18
  6. This Little Girl of Mine (R. Charles) – 6:28
  7. Personality (H. Logan, L. Price) – 3:46
  8. Have You Ever Had the Blues (H. Logan, L. Price) – 4:28

MUSICISTI:

  • Grant Green – Chitarra
  • John Patton – Organo
  • Ben Dixon – Batteria

Duke Pearson | “Wahoo!”

Di ritorno alla Blue Note dopo cinque anni di assenza (l’etichetta aveva distribuito i suoi primi due album nel 1959), il pianista e arrangiatore Duke Pearson registra in un’unica sessione, risalente al 21 novembre del 1964, l’album Wahoo!.
E lo fa mettendo insieme un sestetto di tutto rispetto, composto anche da Donald Byrd alla tromba, James Spaulding al sax alto e al flauto, Joe Henderson al sax tenore, Bob Cranshaw al contrabbasso e Mickey Roker alla batteria.

Il disco, considerato dalla critica come uno dei più “avventurosi” e creativi del pianista, vede Pearson uscire dall’influenza iniziale di Bud Powell per rivelare finalmente nuovi ed originali spunti sulla sua tecnica.
Il disco prevede una scaletta da sei pezzi dove tutte le composizioni sono originali firmati da Pearson eccetto Fly Little Bird Fly, brano che chiude l’album composto invece da Byrd. Per lo più si tratta di melodie imprevedibili che esaltano appunto le grandi doti da arrangiatore del bandleader: dai temi sottili ed esplorativi di Wahoo ed ESP fino agli agili e impegnativi accordi di Amanda, Bedouin o della bellissima Farewell Machelle (unica ad essere eseguita in trio con la sola sezione ritmica), tutte hanno la peculiarità di rivelare nuovi dettagli ad ogni nuovo ascolto.

La passione per la composizione di Pearson e l’impressionante tecnica dei tre grandi protagonisti ai fiati, Henderson, Byrd e Spaulding, rendono quest’album una delle sessioni hard bop più raffinate e coraggiose pubblicate dalla Blue Note a metà anni ’60. Un’autentica sorpresa per chi conosce poco il pianista, da ascoltare e riascoltare più volte.

TRACKLIST:
Tutte le composizioni sono di Pearson, tranne dove indicato diversamente.

  1. Amanda – 9:26
  2. Bedouin – 9:30
  3. Farewell Machelle – 2:48
  4. Wahoo – 7:19
  5. ESP (Extrasensory Perception) – 7:50
  6. Fly Little Bird Fly (D. Byrd) – 6:11

MUSICISTI:

  • Duke Pearson – Piano
  • Donald Byrd – Tromba (eccetto traccia #3)
  • James Spaulding – Sax alto, Flauto (eccetto traccia #3)
  • Joe Henderson – Sax tenore (eccetto traccia #3)
  • Bob Cranshaw – Contrabbasso
  • Mickey Roker – Batteria

 

Donald Byrd | Byrd Blows on Beacon Hill

Il titolo Byrd Blows on Beacon Hill fu dato a questo disco da Donald Byrd perché registrato proprio a Beacon Hill, a Boston, a casa dell’ingegnere del suono Steve Fassett, nel 1956. Originariamente pubblicato dall’etichetta Transition di Tom Wilson, più tardi fu pubblicato anche dalla Blue Note come parte della bellissima compilation The Transition Sessions firmata da Byrd in collaborazione con Doug Watkins.

Registrata in quartetto, questa sessione vede, oltre allo stesso Byrd alla tromba, anche Ray Santisi al piano e una sezione ritmica composta dal contrabbassista di Beacon Hill Doug Watkins e dal batterista Jimmy Zitano. Mentre la scaletta dei brani è composta da noti standard jazz come Stella by Starlight, Polka Dots and Moonbeams, People Will Say We’re in Love, If I Love Again e What’s New.
I ritmi swinging sono principalmente lenti ma arricchiti da venature funky blues volute dallo stesso Byrd per rendere più interessanti le varie performance.
Le ottime interpretazione del bandleader non chiedono mai troppa luce ai riflettori, non sovrastano la lirica generale e nemmeno il lavoro degli altri solisti. Più in generale c’è da dire che questo Byrd non era ancora quello degli anni subito successivi che iniziò ad incidere con la Blue Note, anche se si distingue già chiaramente la timbrica graziata che lo avrebbe reso celebre come solista.

Probabilmente, come dice anche il critico Thom Jurek di AllMusic, Byrd Blows on Beacon Hill potrebbe non interessare gli appassionati del Byrd classico più soul jazz, ma regala di sicuro una parziale, interessante panoramica sui suoi inizi.

TRACKLIST:

  1. Little Rock Getaway (J. Sullivan) – 7:04
  2. Polka Dots and Moonbeams (J. Burke, J. Van Heusen) – 7:20
  3. People Will Say We’re in Love (O. Hammerstein II, R. Rodgers) – 3:39
  4. If I Love Again (J. Murray, B. Oakland) – 4:41
  5. What’s New? (J. Burke, B. Haggart) – 5:02
  6. Stella by Starlight (N. Washington, V. Young) – 3:42

MUSICISTI:

  • Donald Byrd – Tromba
  • Ray Santisi – Piano
  • Doug Watkins – Contrabbasso
  • Jimmy Zitano – Batteria

McCoy Tyner | Cosmos

Tra il novembre del 1968, l’aprile 1969 e il luglio 1970, il trio del pianista McCoy Tyner, con Herbie Lewis al contrabbasso e Freddie Waits alla batteria, registra materiale extra da tre diverse sessioni, suonando alternativamente in trio (solo in due performance) o con un team di musicisti più ampio. Da una parte con Harold Vick e Al Gibbons al sax, più un quartetto d’archi (due violini, una viola e un violoncello), e dall’altra con Hubert Laws al flauto, Gary Bartz al sax alto e soprano e Andrew White all’oboe.

Tutto questo materiale verrà raccolto nel doppio album Cosmos che la Blue Note pubblicò solo nel 1977. La particolarità di questo lavoro sta soprattutto nella scaletta dei brani, otto in totale, tutti composti dallo stesso Tyner. Il più noto dei quali, Song for My Lady, è un’intrigante versione della composizione che diede il nome al disco omonimo di qualche anno prima (Milestone, 1973) e che Tyner avrebbe poi suonato dal vivo come solista al Merkin Hall di New York nel 1989 (bellissima reinterpretazione presente nell’album live Things Ain’t What They Used to Be). Da sottolineare anche la ritmica sincopata di Cosmos (brillanti i 120 secondi di assolo alla batteria di Waits al minuto 5:20), la partenza orientaleggiante degli archi in Shaken, But Not Forsaken e il meraviglioso tono intimo associato alla perfetta e veloce esecuzione di Planet X.

La varietà impressionante delle diverse performance, rende Cosmos un doppio album atipico nella discografia del pianista e una testimonianza importante della sua grande vena compositiva.

TRACKLIST:
Tutte le composizioni sono di Tyner. I brani sono stati registrati il 22 novembre 1968 (traccia 2, disco 2), il 4 aprile 1969 (disco 1) e il 21 luglio 1970 (traccia 1, 3 e 4, disco 2).

Disco 1:

  1. Song for My Lady – 7:30
  2. Cosmos – 9:00
  3. Shaken, But Not Forsaken – 11:30
  4. Vibration Blues – 8:40

Disco 2:

  1. Forbidden Land – 13:50
  2. Planet X – 7:40
  3. Asian Lullaby – 7:27
  4. Hope – 14:14

MUSICISTI:

  • McCoy Tyner – Piano
  • Herbie Lewis – Contrabbasso
  • Freddie Waits – Batteria, Timpani, Chimes

Disco 1, tracce 1-3

  • Harold Vick – Sax soprano
  • Al Gibbons – Sax
  • Julian Barber – Violino
  • Emanuel Green – Violino
  • Gene Orloff – Viola
  • Kermit Moore – Violoncello, Direzione

Disco 2, tracce 1, 3-4

  • Hubert Laws – Flauto, Flauto alto
  • Gary Bartz – Sax alto, Sax soprano
  • Andrew White – Oboe

Ben Webster Plays Ballads

Pubblicato per la prima volta nel 1988 dall’etichetta Storyville, Ben Webster Plays Ballads raccoglie una serie di sessioni mai rilasciate prima, registrate tra il 1964 e il 1971 dal sassofonista Ben Webster in combo con pochi musicisti o in collaborazione con band estese (la maggior parte delle quali furono suonate live per la radio danese, al Pori Jazz Festival in Finlandia, al Ronnie Scott Club di Londra o allo Stampen di Stoccolma).

In molti, giustamente, hanno sempre visto Webster come uno dei migliori interpreti di ballate strumentali della storia del jazz, grazie soprattutto al tono morbido e al suono fumoso del suo sax. Registrato nella parte finale della sua carriera musicale (negli anni in cui si trasferì appunto in Europa, a partire dal ’65), Plays Ballads non fa certo eccezione, essendo indubbiamente dedicato alla musica lirica e melodica a lui tanto cara.
Qui il sassofonista tenore
accarezza sette melodie senza tempo in una varietà di interessanti impostazioni. Classici immortali tra cui diversi noti standard suonati con nomi noti della scena jazz americana come Teddy Wilson o Kenny Drew al pianoforte, Sahib Shihab al sax e Albert “Tootie” Heath alla batteria (Stardust, My Romance, Willow Weep for Me e Old People), sostenuto dai musicisti europei della Danish Radio Big Band (Cry Me a River) o da un’intera orchestra (Greensleeves).

Ben Webster Plays Ballads raccoglie alcune delle migliori performance di Webster per quanto riguarda le ballate. E chi ascolta lo ritroverà in forma smagliante, nonostante queste sessioni siano state registrate appunto solo negli ultimi anni della sua carriera.

Tracklist:
  1. Stardust (H. Carmichael, M. Parish) – 6:22
  2. Cry Me a River (A. Hamilton) – 4:12
  3. For Heaven’s Sake (E. Bretton, D. Meyer, S. Edwards) – 7:48
  4. Greensleeves (Traditional) – 2:22
  5. My Romance (L. Hart, R. Rodgers) – 8:34
  6. Willow Weep For Me (A. Ronnell) – 5:17
  7. Old Folks (D. Lee Hill, W. Robison) – 7:28

Musicisti:

Ben Webster (sax tenore); Ole Molin (chitarra); Erling Christensen (sax); Hans Schwenger, Per Ludolph, Holger Bjerre, Mogens Holm Larsen, Stanley Carlson, Anton Kontra, Aage Bertelsen, Ove Winther, Kurt J. Jensen, Finn Ziegler (corde); Bent Juul Nielsen, Jesper Thilo, Sahib Shihab, Uffe Karskov, Flemming Madsen (sax); Jesper Thilo Quartet (sax tenore); Henry Henkel, Allan Botschinsky, Rolf Ericson, Palle Mikkelborg, Palle Bolvig, Perry Knudsen (tromba); Poul Jorgensen, Torolf Molgaard, Per Espersen, Ole Kurt Jensen (trombone); Lasse Sjösten, Stan Tracy, Kenny Drew, Ole Kock Hansen, Teddy Wilson (piano); Bjarne Rostvold (batteria, congas); Makaya Ntsoko, Fredrik Norén, Albert “Tootie” Heath, William Schiopffe, Jackie Dougan (batteria); John Steffensen (congas).

Lou Donaldson | The Natural Soul

Registrato il 9 maggio del 1962, e pubblicato dalla Blue Note nello stesso anno, The Natural Soul è la seconda sessione che il sassofonista Lou Donaldson registrò in quintetto e in combo d’organo. Ad affiancarlo sul palco, formando un interessante quintetto, ci sono Tommy Turrentine alla tromba e il trio ufficiale del chitarrista Grant Green, con Big John Patton all’organo e Ben Dixon alla batteria (trio con organo tra i più diffusi di quel periodo che, a differenza di quello di Jimmy Smith, offriva un R&B meno virtuoso e più orecchiabile).

Il disco trova un Donaldson interessato a scavare in profondità tra le sfumature soul jazz, mettendo a punto una serie di registrazioni liriche dalle venature funky e con meno riferimenti hard bop di quanti ci si possa aspettare, dove lui e Turrentine suonano in modo rilassato, mentre il trio di Green tiene alti i toni anche grazie ad alcuni originali assolo individuali.
Le composizioni originali in scaletta, che formano la parte più saporita dell’album, non vanno troppo al di là di tempi blues e soul, ma forniscono una base eccellente per un groove caldo e passionale, partendo dalle propulsive Funky Mama e Spaceman Twist, passando dal funky energico di Sow Belly Blues e dal blues nostalgico dello standard That’s All, per chiudere di nuovo sul funky soul di Nice ‘n’ Greasy.

Secondo la critica specializzata, The Natural Soul riesce a tenere elevati gli standard che Donaldson stabilì con la sua prima incursione soul jazz, nell’album Here ‘Tis, divenendo così uno dei suoi migliori dischi dello stesso genere.

Tracklist:
Tutte le composizioni sono di Donaldson, tranne dove indicato diversamente.

  1. Funky Mama (J. Patton) – 9:08
  2. Love Walked In (G. Gershwin, I. Gershwin) – 5:12
  3. Spaceman Twist – 5:38
  4. Sow Belly Blues – 10:13
  5. That’s All (A. Brandt, B. Haymes) – 5:36
  6. Nice ‘n’ Greasy (J. A. Acea) – 5:27
    Bonus track nella versione in CD:
  7. People Will Say We’re in Love (O. Hammerstein II, R. Rodgers) – 7:53

Musicisti:

  • Lou Donaldson – Sax alto
  • Tommy Turrentine – Tromba
  • Grant Green – Chitarra
  • Big John Patton – Organo
  • Ben Dixon – Batteria